Il lavoro minorile è un tema che oggi è ancora terribilmente attuale e presente

L’UNICEF, Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, è l’organo sussidiario dell’ONU che ha il mandato di tutelare e promuovere i diritti di bambine, bambini e adolescenti (0-18 anni) in tutto il mondo, nonché di contribuire al miglioramento delle loro condizioni di vita e distingue due tipologie di lavoro minorile: il children’s work e il child labour.
Per children’s work si intende lo svogimento di una attività economica leggera che non pregiudica la possibilità di istruzione del minore né intacca la sua salute psico – fisica.
Questo va distinto dal child labour dove lo sfruttamento economico del minore va ad intaccare tanto la sua salute psico – fisica quanto la sua istruzione.
Il fenomeno del lavoro minorile si manifesta soprattutto nelle aree più povere del sud del mondo, ma questo non significa che anche nelle aree più marginali e periferiche dei paesi del nord del mondo non sia presente con una consistenza assolutamente preoccupante.

Alcuni dati sul lavoro minorile

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Bambini che lavorano
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Impiegati in Lavori Pericolosi
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Bambini
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Bambine

Dalle stime dell’OIL (l’Organizzazione Internazionale per il Lavoro) in tutto il mondo sono 152 milioni i bambini che sono sottoposti a lavoro minorile, di questi 68 milioni sono bambine ed 88 milioni bambini. A queste stime sfuggono ovviamente tutti quei minori la cui attività lavorativa risulta maggiormente sommersa perché operata all’interno delle famiglie o in ambiente domestico. Un destino che vede in primo piano le bambine, prestate al lavoro domestico all’interno della propria o di altre famiglie, che vengono sottoposte a sevizie ed abusi aberranti fin dalla giovanissima età.

Il dato statistico risulta ancora più scioccante se si considera che sono ben 73 milioni i bambini nel mondo che svolgono attività lavorativa da definirsi come pericolosa tanto per la loro salute, per la loro morale ed integrità psico – fisica. I paesi del mondo in cui questo fenomeno acquisisce maggior spessore sono quelle aree colpite da catastrofi naturali o sconquassate da guerre. In questi casi i bambini compiono una vita di strada, di accattonaggio e miseria, in condizioni di povertà assoluta e degrado. Con il potere governativo corrotto o debole, i minori entrano all’interno dei traffici illeciti della droga e della prostituzione. La guerra inoltre diventa un catalizzatore per i bambini che non hanno altra scelta per sopravvivere se non quella di trasformarsi in soldati, il che nella quasi totalità dei casi significa diventare carne da macello per un ecosistema di ingiustizia in cui non hanno alcuna causa.

I trattati internazionali

Nel 1973, a Ginevra, viene sottoscritto il primo trattato internazionale dell’OIL per fissare la soglia entro la quale si può parlare di diritto minorile nel mondo, soglia che poi ogni paese civilizzato può ovviamente innalzare. È così che viene posta come pietra miliare l’età entro cui si conclude il percorso della scuola dell’obbligo, e comunque, non meno di quindici anni.
Appare inoltre incredibilmente recente, solo del 1999, la sottoscrizione della Convenzione relativa alla proibizione delle forme peggiori di lavoro minorile nella quale viene individuata non solo un’età minima dei lavoratori che in dette occupazioni verranno adibiti, ossia quella di 18 anni, ma anche cosa si intenda per forme peggiori di lavoro minorile.
In detta categoria vengono pertanto ricomprese:
a) tutte le forme di schiavitù o pratiche analoghe alla schiavitù, quali la vendita o la tratta di
minori, la servitù per debiti e l’asservimento, il lavoro forzato o obbligatorio, compreso il
reclutamento forzato o obbligatorio di minori ai fini di un loro impiego nei conflitti
armati ;
b) l’impiego, l’ingaggio o l’offerta del minore a fini di prostituzione, di produzione di
materiale pornografico o di spettacoli pornografici;
c) l’impiego, l’ingaggio o l’offerta del minore ai fini di attività illecite, quali, in particolare,
quelle per la produzione e per il traffico di stupefacenti, così come sono definiti dai trattati
internazionali pertinenti;
d) qualsiasi altro tipo di lavoro che, per sua natura o per le circostanze in cui viene svolto,
rischi di compromettere la salute, la sicurezza o la moralità del minore.

L’individuazione, in concreto, delle fattispecie di cui al punto d) vengono rimesse ai singoli legislatori nazionali in attuazione del trattato. La Convenzione del 1999 impone inoltre agli stati firmatari la revisione di suddetta lista al fine di renderla sempre aggiornata.
Il punto ovviamente cruciale sono poi le singole politiche che rendono fattiva e reale la norma scritta. Difatti è aberrante la discrasia fra la realtà e gli impegni internazionalmente assunti da alcuni stati in merito alla lotta al lavoro minorile. Spesso causa di questa deriva sono le condizioni di assoluta povertà in cui versano le popolazioni più marginali in detti paesi, a causa di squilibri politici, guerre o disastri naturali.

Il lavoro minorile in Europa ed in Italia

Ancora oggi il fenomeno del lavoro minorile continua ad essere presente in Italia ed addirittura in aumento, stando ai dati raccolti dall’OILItalia, nonché dai controlli effettuati sul territorio dall’Ispettorato del Lavoro. Dai dati più aggiornati si stima che i lavoratori infra sedicenni in Italia – o infra diciottenni per i lavori che risultano maggiormente usuranti – ammontino a 300.000. Un dato che non può tener conto di tutti i minorenni immigrati che scompaiono dai centri di accoglienza per darsi ad una vita clandestina fatta di lavori pesanti e sottopagati.
Al contrario rispetto a quanto si potrebbe immaginare in riferimento al nostro Paese, il lavoro minorile presenta caratteri trasversali, che attraversano la penisola da nord a sud.

Al nord ad influire maggiormente sulla scelta dei minorenni di abbandonare gli studi anzi tempo e di dedicarsi al lavoro sommerso è soprattutto la famiglia. Il nord operoso, fatto di piccole realtà industriali, agricole e manifatturiere a carattere familiare diventa una spinta, in particolare in momenti di crisi economica, ad abbandonare gli studi con l’avvallo dei genitori che non vedono comunque nel futuro del figlio altro che la prosecuzione dell’attività familiare. Questi settori, assieme a quello della ristorazione, sono i principali bacini di raccolta dei lavoratori minorili che, non potendo essere messi in regola, si trovano spesso ad operare senza alcuna preparazione o senza adeguato equipaggiamento, con grave rischio per la loro salute ed incolumità.

Al sud, il triste primato del lavoro minorile tocca a Napoli, nella quale l’abbandono degli studi prima che sia concluso il ciclo obbligatorio per legge arriva a quota 18%. Le paghe da fame per lavori pesanti ed usuranti creano inoltre un esercito di piccoli scugnizzi fra i quali andrà a pescare la malavita che acquista così una manovalanza minuta e grata.

Da nord a sud il dato che emerge è la consapevolezza da parte delle famiglie italiane della scelta fatta dal figlio, nella convinzione che imparare presto un mestiere possa essere più utile di un’istruzione completa, nello scenario economico attuale. Eppure il risultato che viene raggiunto è quello di andare a mortificare e deprimere i minori creando una generazione senza aspettative e senza speranze. Questo quando non sfocia nella criminalità. Dai dati sulle reclusioni per attività criminali minorili il 66% dei condannati ha svolto un’attività lavorativa al di sotto dei sedici anni.

I progetti

L’OIL insieme ad UNICEF e a molte altre ONLUS porta avanti una serie di politiche attive non solo a combattere direttamente il lavoro minorile, attraverso campagne di sensibilizzazione ed altri strumenti, ma anche tutte quelle cause che danno origine al fenomeno in parola. In primis povertà e mancata scolarizzazione restano la spinta principale, per bambini di tutto il mondo, ad abbandonare la loro infanzia per intraprendere una vita di sfruttamento e fatiche.